Mamma, non voglio andare a scuola!

Ci siamo. Dopo una pausa infinita, lunedì si torna a scuola.

Tante incertezze, tanti dubbi ma anche tanta voglia di riappropriarci di un’altra piccola fetta di normalità.

I ragazzi che sono passati dal mio studio in questi giorni stanno pregando con tutte le loro forze per un nuovo lockdown, nella speranza di prolungare questa lunghissima vacanza che li vede a casa da carnevale.

Mi sembra normale, tutti noi siamo stati studenti e ricordiamo senza troppo sforzo che la scuola e lo studio non costituivano probabilmente le nostre attività preferite.

In questo articolo, però, voglio prendere in esame ciò che passa nella mente di quei bambini e ragazzi che manifestano un disagio che va ben oltre il capriccio, la scarsa voglia di studiare o la paura per l’interrogazione e che rischia di limitare fortemente le loro vite ed il loro futuro.

Il rifiuto scolastico è un problema che interferisce con la vita di molti bambini e ragazzi e può condurre a serie conseguenze negative sia a breve sia a lungo termine. Si manifesta attraverso il rifiuto di recarsi a scuola o la difficoltà nel rimanervi per l’intera durata delle lezioni ed interessa bambini e ragazzi a partire dai 5 anni di età (fino ai 18-19 anni).

Secondo il modello funzionale del comportamento di rifiuto scolastico proposto da Kearney e collaboratori, alla base dell’avversione nei confronti della scuola ci sarebbero alcuni fattori in grado di mantenere il disturbo:

  • evitamento di stimoli negativi che provocano ansia o depressione (es: troppo rumore o confusione, disagio nel passaggio da una situazione all’altra, avversione per la mensa, paura di sentirsi male/di farsela addosso)

  • fuga da situazioni sociali legate al contesto scolastico (es: rapporto difficile con i pari o con gli insegnanti, episodi di bullismo, paura di dover lavorare in gruppo o di dover interagire durante la ricreazione)

  • paura del giudizio e delle valutazioni (es: evitamento delle verifiche e degli esami, imbarazzo nelle prove di educazione fisica, vergogna nell’essere interrogati davanti alla classe)

  • richiesta di attenzione nei confronti delle figure di riferimento, spesso legata ad ansia da separazione (es: desiderio di rimanere a casa con uno dei genitori, di essere accuditi o di andare a lavoro con loro)

  • rinforzo da parte di situazioni o attività extra-scolastiche (es: rimanere a casa e passare la mattinata a giocare ai videogiochi, dormire, guardare la tv)

Il rifiuto scolare si caratterizza per le numerose e prolungate assenze, per i ritardi, per la messa in atto di comportamenti oppositivi nei confronti della scuola e per gli elevati livelli di ansia durante le lezioni, con possibili sintomi somatici associati (mal di testa, nausea, mal di pancia, ecc).

Si tratta di una problematica che riguarda maschi e femmine in ugual misura e tende a racchiudere al suo interno soggetti con problemi internalizzanti (ansia, fobia, depressione, somatizzazioni, ecc) ed esternalizzanti (oppositività, rifiuto dell’autorità, aggressività, ecc).

Talvolta il problema può emergere a seguito di un evento specifico, come una lunga malattia, un periodo di tensione familiare o un episodio traumatico avvenuto a scuola. Tuttavia, in molti casi non sembra esserci un’unica causa ben definita, quanto più una somma di fattori concorrenti.

Ma perché alcuni ragazzi arrivano a sperimentare un simile disagio?

Per prima cosa dobbiamo essere coscienti dei vari significati che assume la scuola per i ragazzi.

La scuola è una vera e propria palestra di vita (faticosa) che richiede di mettersi in gioco in prima persona, di fronteggiare le proprie difficoltà e di relazionarsi con adulti e coetanei nel modo adeguato; il tutto al di fuori dell’ambiente tendenzialmente protetto e rassicurante delle mura domestiche.

  • A scuola scopriamo le nostre attitudini ma siamo costretti a gestire anche i nostri limiti.

Proviamo a pensare al nostro percorso scolastico e non sarà difficile ricordare quelle materia che proprio non ci entrava in testa o quel professore che non potevamo sopportare.

Un tempo, inoltre, c’era molta meno conoscenza dei disturbi di apprendimento o delle difficoltà scolastiche in generale e, tendenzialmente, se non riuscivi a fare qualcosa significava che non ti eri impegnato abbastanza.

Spesso mi capita di parlare con adulti che hanno scoperto solo di recente di aver avuto un disturbo specifico non riconosciuto, arrivando ad odiare determinate materie e a pensare di essere stupidi, compromettendo in modo significativo la propria autostima.

Fortunatamente le cose sono cambiate e adesso viene posta maggiore attenzione nei confronti di queste problematiche da parte dei professionisti, degli insegnanti e dei genitori.

Quindi proviamo a chiederci:

Quanto si impegna mio figlio nello studio? Sembra rassegnato o demoralizzato nei confronti di qualche materia?

Potrebbe avere una qualche difficoltà di apprendimento che sta rendendo il suo percorso scolastico un inferno?

Parlate con gli insegnanti e cercate di capire se sia il caso di fare una valutazione da un professionista prima che le difficoltà aumentino e l’intervento diventi più difficile.

  • La scuola ci pone in un contesto sociale governato da regole e dinamiche ben precise.

Non tutti nascono per essere dei leader e bambini e ragazzi sanno essere estremamente cattivi tra di loro. A questo si associa la recente diffusione dei social anche tra i più giovani, con il conseguente sviluppo di cyberbullismo anche al di fuori del contesto scolastico. La vita di un adolescente può essere un vero inferno se egli non trova un punto di contatto con i propri pari.

La sua avversione nei confronti della scuola potrebbe essere legata al fatto di sentirsi escluso oppure di essere vittima di scherzi, derisioni, molestie o aggressioni – a scuola e online.

Proviamo a chiederci:

Sono a conoscenza dell’attività di mio figlio su internet?

Frequenta i suoi compagni? Va alle feste di compleanno? Chiede i compiti?

Durante il lockdown ha interagito con qualcuno dei suoi compagni?

Confrontatevi con gli altri genitori e con gli insegnanti. Eventualmente possono essere proposti degli incontri a tema a scuola o il ragazzo può avere la possibilità di rivolgersi allo psicologo scolastico. In ogni caso è importante che la vittima di bullismo abbia la possibilità di chiedere aiuto ad un adulto che lo guidi e lo sostenga nel momento di difficoltà.

  • A nessuno piace essere costantemente valutato.

Compiti in classe, interrogazioni e verifiche, per quanto inevitabili, possono essere fonte di stress per i bambini ed i ragazzi. Alcuni studenti sono terrorizzati all’idea di prendere un brutto voto, vorrebbero eccellere sempre ed in ogni materia e possono aver paura di deludere genitori o insegnanti con un brutto voto.

Come si pone mio figlio nei confronti della scuola? È troppo esigente e competitivo?

Come vive i fallimenti?

Il mio atteggiamento nei suoi confronti può aver alimentato il suo timore di fallire?

Analizzate il valore che voi e vostro figlio date ai voti scolastici e cercate di capire se il suo atteggiamento possa essere un mezzo per ottenere la vostra approvazione.

  • È bello essere coccolati, soprattutto quando siamo bambini.

Per un ragazzo insicuro e molto legato alle figure di riferimento, stare lontano da casa per 6, 7 o 8 ore può essere molto doloroso. In alcuni casi i genitori stessi alimentano inconsciamente questo comportamento, ricevendo a loro volta una gratificazione attraverso l’accudimento e sentendosi utili e speciali. In altri casi, la manifestazione di disagio del figlio diventa invece in raro momento in cui l’adulto si accorge di lui e gli rivolge attenzione, anche arrabbiandosi o litigando.

Proviamo a riflettere:

Che tipo di rapporto ho con mio figlio?

Gli presto attenzione solo quando fa qualcosa di sbagliato o disturba?

Sono troppo protettivo nei suoi confronti? Ho paura che possa succedergli qualcosa di brutto lontano da me?

Mio figlio ha avuto problemi di salute che l’hanno reso più vulnerabile e bisognoso di cure in passato?

Ricordatevi che un attaccamento sano si manifesta quando il bambino percepisce di poter esplorare il mondo con la certezza di poter tornare alla base sicura ogni volta che ne sente il bisogno.

  • Sicuramente ci sono cose molto più divertenti e meno faticose rispetto alla scuola.

Molti ragazzi non riescono veramente a comprendere il senso di trascorrere le proprie giornate tra i banchi o sui libri. Non ricevono uno stipendio per ciò che fanno ed i discorsi sul futuro sembrano troppo astratti e lontani per loro. In pratica studiano solo perché i genitori li stressano e non sono mossi da una propria motivazione intrinseca. Stare a casa consente loro di fare ciò che vogliono, diventando un rinforzo molto potente.

In questi casi è molto semplice che la scuola diventi argomento di discussione in casa e che i figli rimproverino ai genitori di pensare solo a quello. Invece di essere stimolati, sviluppano una sorta di avversione nei confronti dello studio, finendo per usarlo come arma per ferire i familiari.

Quali sono gli argomenti di conversazione con mio figlio?

In che modo sto cercando di motivarlo nei confronti dello studio?

Che vantaggi ottiene dal suo comportamento?

Cercate di identificare, all’interno del corpo docente, un insegnante che abbia un buon feeling con il ragazzo, che sappia come prenderlo e come motivarlo. Fate in modo che le sue azioni abbiano delle conseguenze, quindi evitate che, non andando a scuola, il ragazzo possa rimanere a casa con tutta la tecnologia a disposizione per fare ciò che vuole.

Chiedetevi anche se le vostre richieste nei suoi confronti non siano eccessive; magari vostro figlio è più portato per attività manuali o è particolarmente appassionato ad un determinato ambito. I figli non devono seguire per forza le orme dei genitori ma devono poter costruire la propria strada in base alle proprie attitudini.

 

Il rifiuto scolare può avere conseguenze molto serie: non esitate a chiedere aiuto se vostro figlio inizia a manifestare un forte disagio quando deve andare a scuola!

Chiara Bosia

Psicologa Psicoterapeuta