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Coronavirus: come gestire la paura del contagio

“La psicosi è più forte del virus. Ieri, un anziano stroncato da un infarto mentre stava rientrando a casa è stato lasciato morire senza che nessuno osasse avvicinarsi. E’ accaduto a Wuhan, la città cinese da dov’è partita la pandemia di coronavirus che spaventa il pianeta. Nessuno ha soccorso l’uomo, che pure portava come tutti i suoi concittadini una mascherina sul viso. Poi è finalmente arrivata una squadra di infermieri bardati contro il contagio e l’ha portato via ormai cadavere.” (Tratto da “La Repubblica, 31 Gennaio 2020)

Il virus è nuovo, il timore no. Tuttavia, entrambi devono essere conosciuti perché entrambi possono essere estremamente pericolosi.

La paura si diffonde molto più velocemente del virus stesso. Le esperienze spaventose tendono a radicarsi più profondamente nella nostra memoria e a ritornare in mente velocemente in situazioni simili. È successo lo stesso per l’HIV, la SARS, l’ebola, l’influenza aviaria, la “mucca pazza”, ecc.

Perché ci preoccupiamo di più per queste nuove patologie rispetto ad altre minacce più concrete per la nostra salute?

Perché abbiamo poche informazioni a riguardo e tutto ciò che è ignoto tende a farci sentire impotenti e vulnerabili.

Sembra che uno degli elementi caratteristici condiviso dai disturbi d’ansia più comuni sia la paura legata all’incertezza e all’imprevedibilità del pericolo.

Quando ci troviamo davanti a notizie come quelle degli ultimi giorni, la paura di una possibile epidemia viene amplificata dal fatto che il virus potrebbe essere letale, invisibile e difficilmente controllabile nel corso della sua diffusione. Esattamente come tanti altri.

Gli scienziati sanno che esiste una discrepanza tra la valutazione oggettiva del rischio e la sua percezione soggettiva: spesso temiamo qualcosa che non costituisce un pericolo concreto per noi e, allo stesso tempo, sottovalutiamo ciò che potrebbe avere conseguenze drammatiche. Le persone, infatti, tendono ad associare rischi differenti ad attività ed eventi che hanno la stessa probabilità di portare a conseguenze negative.

Alcuni fattori influenzano in modo particolare la nostra percezione del rischio:

  • quanto controllo pensiamo di poter avere sugli eventi potenzialmente pericolosi (es: riteniamo di avere un controllo elevato alla giuda di un’auto ed un controllo scarso durante un volo aereo)
  • quanto volontariamente abbiamo deciso di affrontare una situazione rischiosa (es: praticando sport estremi)
  • quanto sono gravi le possibili conseguenze
  • quanto è comune questo tipo di rischio (ad esempio i raggi X rappresentano un rischio comune mentre la bomba atomica rientra nel rischio non comune, o terrificante)
  • quanto sono incerti gli esperti (se da loro provengono informazione incomplete e contraddittorie, tenderemo a dare ascolto ai gruppi d’opinione spontanei)
  • quanto ci sentiamo diversi dalle vittime; quando l’identità delle vittime è circoscritta a individui a cui la società riserva valutazioni negative, il rischio verrà attribuito solo a determinati individui (nel caso dell’HIV+, ad esempio, il rischio veniva maggiormente riconosciuto per tossicodipendenti, prostitute, gay ecc.)
  • quante vittime ci sono (cronico: uccide una persona per volta, come l’AIDS; catastrofico: uccide molta gente nello stesso momento, come lo tsunami)

Esiste inoltre quella che viene chiamata “amplificazione sociale del rischio”: in quanto animali sociali, ci siamo evoluti prestando maggiore attenzione a qualunque cosa stesse già interessando altre persone. Come uomini primitivi, guardare nella stessa direzione del resto del gruppo poteva significare avvistare un leone già notato da altri e, di conseguenza, salvarsi la vita.

Nel mondo attuale, quindi, se le nostre bacheche sui social sono dominate da notizie sulla diffusione del virus, la minaccia assume un maggiore impatto nei nostri pensieri.

Tutto ciò comporta una ricerca di informazioni sull’argomento, poiché la conoscenza ci fornisce una sorta di controllo su ciò che è ignoto.

Tutto sommato, il nostro sistemo di percezione del rischio fa del suo meglio per preservare la nostra vita. Dobbiamo fare attenzione a non sovrastimare o sottostimare i pericoli della nostra quotidianità e ricordare che spesso non siamo saggi come pensiamo di essere. È importante tenere a mente che la nostra percezione è influenzata dalle emozioni e dalle esperienze soggettive e, pertanto, potrebbe talvolta condurci ad interpretazioni errate della realtà.

4 suggerimenti per contrastare l’ansia e la paura correlate al coronavirus:

  • Non gonfiare il rischio: la scoperta di un nuovo virus può spaventare ma è importante rimanere ancorati ai dati oggettivi. Ricordiamoci è più probabile morire per colpa di una noce di cocco caduta in testa che per l’attacco di uno squalo; al momento l’influenza comune è molto più diffusa e letale del coronavirus.
  • Prendere le giuste precauzioni: prendiamoci cura della nostra salute e del nostro sistema immunitario, adottiamo una dieta sana, facciamo esercizio fisico, concediamoci adeguate ore di sonno, laviamoci accuratamente le mani ed evitiamo di uscire quando stiamo male.
  • Limitare i media: documentiamoci, teniamoci informati ma facciamo attenzione alle fonti e affidiamoci ai pareri degli esperti.
  • Adottare tecniche di gestione dell’ansia: respiriamo profondamente, pratichiamo esercizi di mindfulness e yoga, usciamo con gli amici e cerchiamo di modificare i nostri pensieri irrazionali.

Le emergenze di questo tipo capitano, è normale per quanto possa sembrare spaventoso. Nella maggior parte dei casi, però, è possibile scampare il pericolo prendendo le giuste precauzioni e seguendo il buon senso.

 

Per saperne di più: http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/homeNuovoCoronavirus.jsp

dott.ssa Chiara Bosia

Psicologa Psicoterapeuta

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